Se dovessi dire a freddo qual è il mio romanzo preferito, penso che non avrei esitazioni a rispondere I Promessi Sposi: l’ho letto diverse volte, la prima alle medie, sotto caldo Sconsiglio della mia prof, e invece forse proprio questa lettura precoce e senza condizionamenti mi ha salvato dall’odio diffuso per questo lavoro magnifico (e non è un aggettivo a caso). Apprezzo molto anche gli Oblivion, un gruppo teatrale molto divertente, e mi sono follemente innamorata della loro versione del romanzo di Manzoni: I promessi sposi in dieci minuti. Lascio il link nei commenti perché non è una cosa che si può non conoscere!
Si tratta di un’attualizzazione in musica, un riassunto che non trascura l’ironia e il sarcasmo manzoniani ma racconta la vicenda in un tempo molto ristretto. Io ho imparato tutti i dieci minuti di canzoni a memoria e me li canticchio sotto la doccia; dopo anni che mi ripeto gli stessi testi, ho notato un solo piccolo grande errore che da un po’ mi gira in mente come un tarlo. A un certo punto gli Oblivion cantano in coro:
Scrive Manzoni per i secchioni…
Ecco, se oggi viene da pensare naturalmente che Manzoni abbia scritto per i secchioni, significa che c’è stato un grosso errore nella tradizione manzoniana, consistita evidentemente in un tradimento piuttosto che in un tramandare valori. Ora qui potrei riempire l’intero Internet con le tesi a supporto di quello che ho appena scritto: cercherò di non perdermi.
Innanzitutto la forma dell’opera è una sorta di scandalo: nella prima metà dell’Ottocento, nessuno scrittore con intenzioni serie in Italia aveva ancora osato pubblicare un romanzo, perché non era considerato una forma letteraria dignitosa, ma robetta da donne che devono passare il tempo, per il popolino che a malapena sa leggere, perché non richiede l’arte che invece serve per comporre poesia, con tutte le regole sulla metrica, sulle rime, le figure retoriche e via dicendo. Se nel resto d’Europa questa posa stucchevole era già stata superata, in Italia no. Lo fa Manzoni, e così si prende lui la briga di portare il suo Paese, che non esisteva ancora, verso il futuro, guardando al passato, raccontando di due secoli prima, scrivendo un romanzo storico, il più nuovo tra i generi di romanzo.
Il suo Paese non esisteva ancora: la prima edizione de I promessi sposi è del 1827, l’Unità d’Italia è del 1861. Mentre Manzoni scriveva a Milano, la parte nordorientale della penisola italica si era appena liberata dalla dominazione francese, ma era subito finita sotto quella austriaca e, con tutto il resto della penisola, combatteva internamente, nel lungo e faticoso percorso verso l’unificazione nazionale. A Manzoni questo tema stava molto a cuore: la sua opera in versi più famosa (perciò quella per cui, al tempo, sarebbe stato preso sul serio) è la tragedia Adelchi, anche questa ambientato in un periodo di dominazione straniera. Utilizza spesso questo escamotage di parlare del presente attraverso un contesto del passato ma analogo -non ultimo tra i motivi il bisogno di eludere la censura austriaca- ma ne I promessi sposi lo fa nella forma del romanzo, quella roba per il popolino che tutti potevano leggere, perché tutti dovevano leggerlo, perché quel libro è un gesto di ribellione all’oppressore, un invito a una ribellione consapevole (non come quella di Renzo!) da parte di ciascun italiano.
Per questo ancora oggi si insegna in tutte le scuole ed è importante che si continui a farlo: perché ci insegna la coscienza politica di un Paese che ha lottato per essere libero e unito, ci insegna la Resistenza al dominatore illecito con ogni mezzo lecito a nostra disposizione. Se Manzoni non ha mai imbracciato le armi e non partecipò alla spedizione dei Mille, il suo contributo fu altrettanto importante perché lui delineò da solo la lingua della nazione che non era ancora nata, quella lingua che fu così importante insegnare subito nelle scuole, diffondere attraverso il dislocamento per il servizio militare, portare nelle case di tutti attraverso la televisione. Ci volle molto tempo perché tutto il popolo italiano conoscesse la lingua italiana, ma la lingua italiana l’ha definita Alessandro Manzoni, con grandissimo studio e impegno: fu la sua ossessione dal 1827 al 1840, anno dell’edizione definitiva.
Quindi se nei libri di scuola (che sono passati sotto il controllo fascista e a distanza di circa un secolo non se ne sono ancora liberati) sta scritto che “l’utile per iscopo” è la testimonianza del cattolicesimo che Manzoni scoprì in età adulta, che “il vero per soggetto” è la realtà storica, che “l’interessante per mezzo” è una vaga pretesa che quei fatti siano in qualche modo interessanti, non fidatevi, non insegnatelo agli studenti: oggi più che mai c’è bisogno di capire I promessi Sposi. Lo scopo di Manzoni era svegliare le coscienze ed esortare gli Italiani a diventare tali contribuendo in maniera attiva, il suo soggetto è interessante perché interessa i suoi lettori nel senso che li riguarda ciascuno in prima persona, ed è vero perché denuncia una verità eterna, sempre attuale, quella del diritto di autodeterminazione dei popoli, del valore della libertà.
Infine Manzoni non scrive per i secchioni perché si diverte: nessuno a scuola mi ha mai parlato dell’ironia affettuosa con cui Manzoni parla dei suoi personaggi, non lo sottolineano abbastanza sui libri di testo, eppure secondo me è un tratto fondamentale. Dove si trova il primo esempio? Tra la seconda e la terza pagina, non appena compare il primo personaggio:
Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre 1628, don Abbondio […]
Don Abbondio che cammina bel bello è un ossimoro: don Abbondio è un personaggio spaventato di tutto, che cerca rifugio da ogni possibile pericolo e in nome della paura ha preso tutte le sue decisioni nella vita. Quel “bel bello” è una velatura di ironia che vuole cozzare con la reazione terrorizzata che don Abbondio avrà di lì a poco, alla comparsa dei bravi, e così aumentare l’ilarità della situazione. La situazione sarebbe anche abbastanza tragica, in realtà, ma quell’aggettivo raddoppiato alleggerisce tutto: avvolge la codardia del curato con uno strato di simpatia e benevolenza, e ci protegge dalla cattiveria dei bravi, perché già sappiamo con quale affetto l’autore tratta i personaggi. Un lettore superficiale, come uno studente che deve superare l’interrogazione, non potrà cogliere questa atmosfera: solo un ribelle che legge quello che l’autorità non vorrebbe saprà trovare il calore della vita vissuta e raccontata in verità, per l’utilità e con autentico interesse.
Così, contro l’autorità della prof, lo lessi io a 12 anni e me ne innamorai. Così auguro di leggerlo a tutti voi, a qualunque età.
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