Il sogno

Ho fatto un sogno… un incubo.

Mi trovavo in una stanza completamente bianca e luinosa. Era un posto molto bello ed elegante, benché monocromatico e minimalista; al centro della stanza, una scrivania.

Entra un uomo sulla quarantina, un bell’uomo, leggermente brizzolato, vestito da banchiere, con un abito di sartoria ma senza cravatta, camicia sbottonata sul colletto. Si siede, mi fa cenno di sedermi, e mi chiede: “Allora, Valentina? Che ne è del tuo talento?”

Io mi sento come alle interrogazioni a sorpresa di matematica: “Quale talento?” chiedo mentre sgrano gli occhi ma cerco di dissimulare tanta sorpresa. Mi sale la nausea. Lui sospira, fa un mezzo sorriro e sembra voler aprire un dialogo.

“Tu sai scrivere, vero?”

“Sì, mi piace”

“Sai scrivere” insiste.

“Ho scritto dei bei pezzi” ammetto.

“E quante persone hanno letto questi pezzi?”

“Tre o quattro in media.” Abbasso gli occhi, comincio a capire dove siamo e cosa sta succedendo. Ho finito; tutta quella roba che mi trattenevo dentro, come la pipì durante un viaggio senza soste in bagno, rimmarrà lì per sempre, nella vescica del mio cervello. Mi rendo conto che l’angelo banchiere mi sta lasciando il tempo di realizzare. Poi mi chiede semplicemente “Perché?”

Mi esce una sicncerità che non era mai stata così facile da vedere e tanto meno da dire: “Ho avuto paura. Non ho avuto il coraggio di dedicare il mio tempo a qualcosa che non sapevo a cosa avrebbe portato, se avrebbe portato a qualcosa. Prima il dovere e poi il piacere… ecco, quello per me era un piacere tale da non arrivare mai nella lista delle priorità”.

“Tu sai che Chi ti ha dato quel dono è severo, uno che raccoglie dove non ha seminato…”

“Per questo ho cresciuto die figli stupendi con una pienezza che non avevo, ho vissuto un matrimonio bello realizzando sogni non miei…” Ma queste giustificazioni mi si strozzano in gola.

Mi risponde serio: “Bellissimo. E con tutto ciò hai realizzato i tuoi santissimi sogni. Ma, dicevo, nostro Signore non è così sadico da chiederti di lasciare in fondo alla tua vita il tuo massimo piacere; al contrario, hai trovato piacere proprio là dove stava la tua vocazione. Ma tu hai guardato altrove. Ora, qui siamo in Paradiso e nessuno ti getterà nella Geenna, ma per favore consegnami il tuo talento, che verrà dato a chi saprà investirlo in maniera proficua, e procedi liberamente il tuo cammino da quest’altra parte. Puoi mantenere la tua direzione abituale, il tuo passo stanco e abbattuto, la tua disposizione da soma. Il pianto e lo stridore di denti che ti hanno tenuto l’anima in pace fin qui, ti accompagneranno ancora: sia, come sempre, la tua fatica il tuo conforto”.

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