L’errore nella società dell’osceno

Ho letto che c’è un trend per cui i medici pubblicano dei racconti autobiografici dove confessano dubbi ed errori che commettono nel loro lavoro, e che questo trend è molto criticato perché mette in discussione l’autorità della figura del medico: quei racconti parlano di cose che la gente non vuole vedere.

Mi viene in mente che la società dei social network ha stabilito dei confini ben definiti tra quello che è da mostrare (e deve essere mostrato) e quello che invece va nascosto, quindi è “osceno”: nella cultura del tutto permesso, in cui ciascuno è libero di essere ciò che vuole e il giudizio a priori è condannato come arretratezza, il campo dell’osceno ha assunto delle dimensioni inaudite. Credo che in ultima analisi sia tutto quanto non è rappresentabile in una foto ad essere osceno: un dubbio, un errore, una storia complessa che zoppica tra incertezze, un ripensamento. In scena, cioè sui nostri schermi, entra solo quello che può essere fotografato e magari anche ritoccato, ma la spiegazione e la storia di ogni immagine è relegata a un trafiletto di un numero di caratteri limitato che pochi leggeranno e ancora meno comprenderanno.

Siamo tutti sui social e in qualche modo ci mettiamo in mostra, ma solo quello che non è osceno merita il diritto alla visibilità, mentre il resto viene cassato dall’algoritmo, divinità del mondo multimediale, prima che dal pubblico. E la nostra bolla social ci sommerge in maniera talmente totalizzante che diventa il nostro filtro della normalità, e volgendo lo sguardo al mondo reale siamo portati a categorizzarlo secondo i luoghi comuni che appartengono al nostro feed, dimenticando che il nostro feed è unico e interamente valido solo per noi. Di conseguenza, quello che l’algoritmo classifica come osceno, diventa in qualche modo osceno anche nella vita reale. L’algoritmo premia i fisici perfetti, i corpi in mostra, i piatti composti con cura, la ricchezza materiale e lo sfarzo, gli outfit armoniosi, tutto ciò che sa di erotico e tutto ciò che grida libertà, senza necessariamente concederla nei fatti; nessuna storia intrecciata verrà messa in primo piano, nessun dolore, anche piccolo piccolo, ha diritto di essere visto, se non come occasione per una rivincita. Allora mi viene in mente l’idiota di Dostoevskij, che era nato come un personaggio perfettamente puro, senza difetti morali, perfetto come le immagini che piacciono all’algoritmo; Dostoevskij dovette immergerlo in una società spregevole perché la sua storia non perdesse interesse, e un personaggio santo, quasi immagine di Cristo, divenne il personaggio idiota per antonomasia. L’autore si rese conto che una narrazione felice, senza segni o tracce di nero, è una storia noiosa; l’algoritmo, invece, ha deciso che, sull’onda dei film americani da Hollywood a Disney, il “tutto finisce bene” è rassicurante, e perciò l’unica storia da mostrare.

Ma allora, mi chiedo, dove sta l’interesse dei social? Che interesse abbiamo noi a seguire gli influencers e i nostri amici che mostrano solo il “tutto bene”? Cosa è successo tra Dostoevskij e Instagram?

La cultura dei social ha diffuso anche un senso di insoddisfazione profonda, invidia e inadeguatezza: comparando la nostra realtà con quella dei social è la nostra stessa intera vita a diventare oscena, e, sull’esempio del dio algoritmo, siamo noi stessi a cassare la nostra vita. Quella complessità delle passioni contrastanti che caratterizza la grande letteratura è diventata un sentimento nascosto dentro il singolo individuo che non ha più il diritto di essere espresso perché non ha diritto di essere ascoltato, né tanto meno può essere visto perché soprattutto non è estetico. Così la complessità del genere umano è rinchiusa nel cuore umano come un parassita incistato, che aspetta le condizioni favorevoli per tornare alla vita, ma senza regolazioni, senza parola, nell’esplosione violenta di gesti estremi che a loro volta fanno notizia per un po’ e poi tornano subito osceni, prima che il pubblico riconosca la propria ciste nel dolore di chi è esploso: perché il gesto eclatante diventa notizia, ma non il suo dolore, che non può essere fotografato ma necessita di molte parole per esistere fuori dalla ciste.

Non ci piacciono più le parole, anch’esse stanno venendo risucchiate dal campo bulimico dell’osceno, e con la scomparsa delle parole sta scomparendo lo spessore dei nostri sentimenti, quella rete di identificazioni parziali tra gli individui che permette l’accettazione della differenza tra gli stessi, e che allo stesso tempo permette l’identificazione dell’umanità in un organismo unico che non sopporta scissioni interne. Con la scomparsa della parola l’individuo diventa la proiezione bidimensionale di se stesso, e tutto ciò che stava sotto resta dolore inespresso, non perché fosse necessariamente male, ma perché comprimere la materia provoca dolore, come stringere la vita in un corsetto troppo stretto, perché la storia di ogni persona, seppur non visibile, è in qualche modo materia, qualcosa che esiste, che muove ormoni, lacrime, brividi, abbracci.

Il medico che racconta i suoi errori e i suoi dubbi è osceno perché è osceno ogni dubbio, e affidare la salute a un essere osceno è osceno a sua volta, perciò non è concepibile a chi cede al comandamento dell’oscenità dettato dall’algoritmo. Auspico, al contrario, una comunità di ribelli che cercano il dubbio e la confessione dell’errore, per trovare in essi l’umanità e la complessità dei sentimenti, seppur instabili, l’unica verità reale del nostro genere, unica base sussistente per un’esistenza sana.

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