Noi che leggiamo notizie di guerra e di omicidi in famiglia alternate alla pubblicità della crema viso e del regalo perfetto per la festa del papà – siamo persone insensibili?
Noi che consoliamo un figlio che ha litigato col migliore amico e gioiamo col fratello che ha ricevuto un regalo allo stesso momento – siamo mamme sbagliate?
Holt lo chiama “splitting”, prendendo il termine dagli studi di psichiatria, e vi riconosce una capacità peculiare dei medici, i quali devono vivere la compassione per i pazienti e la lucida professionalità in simultanea. Ma non capita a tutti? Non ne abbiamo tutti bisogno quando leggiamo notizie aberranti e ci sentiamo impotenti? Non è quello che ogni mamma mette in pratica ogni momento coi bambini?
Splitting è la capacità di separare i sentimenti e le funzioni mentali in una situazione complessa, magari schiacciante; solo che, dal testo di Holt, pare che i medici abbiano una certa formazione per questo, o almeno un rito di iniziazione nel momento in cui per la prima volta sezionano un cadavere e familiarizzano con la morte. Cosa è offerto, invece, alle madri? Quale rito, se non il parto, segna la trasformazione di una persona unitaria in una creatura dall’interiorità ramificata, dalla forma di un polipo i cui singoli tentacoli si estendono ciascuno in una direzione diversa?
Questa capacità di totale astrazione da ciascuna delle contingenze può farci paura, ma prendiamo un momento le distanze: a un certo punto Holt dice: “Avevo bisogno di pensare che stavo facendo giustizia a ciascuno dei coinvolti – in una situazione dove una risposta dettata da una mente unica avrebbe negato la giusta cura a molte persone. A tutte, in effetti” e io sottolineo che anche le sue stesse necessità andavano ascoltate, anche lui faceva parte di quel “tutte”; perché per essere lucino a prendere decisioni sulla vita degli altri doveva almeno aver dormito e mangiato. Perché, allora, per una madre sonno e fame sono opzionali? Una madre che tra i suoi compiti non dimentica se stessa è in grado di sostenere tutto il resto in modo adeguato.
La medicina narrativa mostra come scrittura e lettura sono attività performative che richiedono la capacità di pensare e sentire allo stesso tempo: praticandole si trova un posto lecito ad ognuno dei pezzi in cui abbiamo diviso il nostro “sé” nel far fronte a tutto, legittimando l’esistenza di tutti questi pezzi e quindi rinforzando quello stesso “sé” che sembra frammentato, anzi arricchendolo di una consapevolezza necessaria alla cura degli altri – dei figli, nel caso delle madri.
Leggere e soprattutto scrivere , quindi, sono strumenti fondamentali per sostenere le necessità simultanee e contrastanti di una famiglia.
L’articolo a cui faccio riferimento è “Narrative medicine and negative capability” di Terrence E. Holt (pp. 83-96) nel volume Psychoanalysis and narrative medicine curato da Peter L. Rudnytsky e Rita Charon per l’editrice Suny (2008). Le traduzioni dall’inglese sono le mie.
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